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Miroir

C'è una ragazza che lavora nell'ufficio di fronte alla mia stanza, un piano più in basso. La vedo dalla mia finestra nel riquadro della sua, che scrive al computer o si ferma, le mani incrociate o tra i capelli. A volte si alza in piedi e si avvicina ai vetri, e se anch'io sono nella sua posizione mi ritraggo, per non distoglierla dal suo riposo con il mio riflesso. Mi siedo alla scrivania e riprendo a studiare, con l'idea di lei indecisa tra la sedia e la finestra. Mi chiedo se anche lei, che probabilmente mi ha intravista, oscilli nello stesso dubbio, o se invece non sia occupata a seguire fantasmi meno oziosi, più circoscritti. Forse si annoia più di me e non vede l'ora di uscire e di precipitarsi da qualcuno che l'aspetta; o forse quell'ufficio la ripara dalla realtà di altri luoghi ancora meno piacevoli, o semplicemente equivalenti nella loro neutralità. Se mi concentro troppo sull'ultima ipotesi il senso di malinconia diventa quasi un presagio; allora lascio la ragazza al suo posto, qualunque questo possa essere, e torno al mio, con una specie di sollievo superstizioso. Se invece penso alla prima possibilità, ne trovo tante altre che da lì partono e si succedono secondo una consequenzialità a me oscura e difficile da fermare: lascio ugualmente la ragazza dov'è e riprendo dal punto in cui ero, con in più un'animazione leggera e ben nascosta.

Pubblicato il 3/1/2008 alle 18.40 nella rubrica Diario.

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